Inma Cuesta. Smc.
Quando Suor Pompea Cornacchia partì per la missione, probabilmente immaginava l’Africa. Come tante comboniane prima di lei, aveva nel cuore quell’immagine storica del carisma: il Sudan, l’Uganda, i territori dove Comboni aveva versato la sua vita. E infatti in Africa è andata, ci è rimasta, ha servito. Trentaquattro anni di vita missionaria che l’hanno portata attraverso continenti e culture, finché la missione l’ha condotta in un luogo che non si aspettava: la frontiera tra Guatemala e Messico.
Toccare Dio nel dolore
Non è l’Africa, quella frontiera. Eppure lì, nel dolore quotidiano dei migranti che tentano di attraversare, Suor Pompea ha fatto un’esperienza che ridefinisce cosa significhi “essere in missione”. “Nel dolore dei migranti ho potuto toccare con mano Cristo presente,” racconta. Non è una metafora spirituale o un modo di dire teologico. È un’esperienza concreta, fisica quasi: toccare con mano la presenza di Cristo attraverso la sofferenza umana.
C’è qualcosa di profondamente comboniano in questa scoperta. Comboni parlava di salvare l’Africa con l’Africa, di riconoscere nei popoli stessi la forza della loro redenzione. Suor Pompea va oltre: nei migranti non trova solo persone da aiutare, ma Cristo stesso che la evangelizza. “Io penso che anche i popoli ci evangelizzano,” dice con una convinzione che nasce dall’esperienza, non dalla teoria. “Noi incontriamo Cristo attraverso i popoli dove siamo stati.”
“Più stai con la gente e più Dio si rivela”
Questa è forse la rivoluzione più radicale che la missione opera in chi la vive davvero: l’inversione completa del paradigma. Non si va per portare Cristo, ma per incontrarlo già presente. Non si va per insegnare, ma per essere evangelizzati. La suora che parte dall’Italia con la certezza di avere qualcosa da dare, dopo trentaquattro anni scopre di aver ricevuto infinitamente di più.
“Più stai con la gente e più Dio si rivela,” riflette Suor Pompea. È una frase breve ma densa di una teologia vissuta sulla propria pelle. La rivelazione di Dio non avviene nei momenti straordinari, nelle esperienze mistiche separate dalla vita quotidiana. Avviene nello stare, nel rimanere, nella presenza fedele e prolungata accanto alle persone. Più tempo passi con loro, più Dio si fa vedere. Non perché tu porti Dio a loro, ma perché loro ti rivelano il Dio che già abitava in mezzo a loro, spesso invisibile agli occhi frettolosi di chi passa senza fermarsi.
Il dramma della migrazione
Alla frontiera tra Guatemala e Messico si consuma ogni giorno un dramma umano che ha dimensioni bibliche. Famiglie che fuggono dalla violenza, bambini separati dai genitori, persone che rischiano tutto per la possibilità di una vita migliore. È lì, in quel crocevia di sofferenza e speranza, che Suor Pompea ha trovato il cuore della sua vocazione missionaria. Non in opere grandiose o progetti visibili, ma nella presenza silenziosa accanto a chi soffre, nell’impotenza condivisa di fronte all’ingiustizia, nell’accompagnamento di chi non ha altra consolazione.
Trentaquattro anni sono un tempo lungo per qualsiasi vocazione. Abbastanza lungo da vedere cambiare il mondo, la Chiesa, le forme della missione. Abbastanza lungo da passare attraverso crisi, dubbi, momenti di aridità. Eppure dalla voce di Suor Pompea traspare una gratitudine profonda: “Sono davvero grata a Dio per la sua fedeltà nella mia vita.” Non la sua fedeltà a Dio, notate bene, ma la fedeltà di Dio verso di lei. Anche questo è un ribaltamento: alla fine della giornata missionaria, ciò che conta non è quanto siamo stati fedeli noi, ma quanto Lui è rimasto fedele nonostante tutto.
Riconoscere Cristo nei più abbandonati
E questa fedeltà di Dio si manifesta in modi sorprendenti: attraverso il volto di un migrante che ha perso tutto ma non la speranza, attraverso la solidarietà di chi ha poco ma condivide, attraverso la resilienza di comunità che continuano a credere nella possibilità di un futuro migliore. Sono loro che hanno evangelizzato Suor Pompea, sono loro che le hanno mostrato Cristo vivo e presente nella storia.
La geografia della missione è cambiata. Comboni parlava di Africa, le sue figlie oggi si trovano alle frontiere del mondo globalizzato, dove i poveri si muovono cercando vita e trovano spesso solo muri e filo spinato. Ma il carisma rimane lo stesso: riconoscere Cristo nei più abbandonati, lasciarsi evangelizzare da loro, essere presenti abbastanza a lungo perché Dio possa rivelarsi.
Ascolta la voce di Suor Pompea su Instagram @comboniane

