Elena Balatti. Smc
Un’esperienza recente a Juba, capitale del Sud Sudan, mi ha fatto toccare con mano come la Chiesa cattolica fondata da Daniele Comboni un secolo e mezzo fa e cresciuta fra tante difficolta’, ha raggiunto una sua maturita’. Per usare un’immagine evangelica, il seme seminato da Comboni e da tante missionarie e missionari e’ diventato un albero che ha radici ed e’ in grado di produrre frutti propri e nuovi semi.
Il digiuno come condivisione
A fine quaresima eravamo alla prigione di Juba con il cappellano per la celebrazione della messa domenicale quando un gruppo e’ entrato nello stretto spazio riservato alla preghiera in un penitenziario sovraffollato. Erano uomini e donne e portavano vari pacchi e sacchi di varie dimensioni. Si sono presentati come il ‘Gruppo di Preghiera e Digiuno’ della cattedrale S. Teresa.
Erano venuti per la messa insieme alle detenute – eravamo nella sezione femminile – e per condividere con loro il frutto del loro digiuno quaresimale; cioe’ generi alimentari e articoli per l’igiene che avevano acquistato con quanto avevano messo da parte privandosi di qualche pasto.
Subito dopo di loro ha preso la parola una signora vestita elegantemente che si e’ presentata come rappresentante di un altro gruppo, la ‘Divina Misericordia’, di una delle parrocchie centrali di Juba. Anche lei era venuta con la stessa intenzione e condivideva articoli per l’igiene a nome del suo gruppo.
Tutti sono stati calorosamente applauditi dalle detenute in un contesto non facile. Nella prigione di Juba si mangia una volta al giorno, e non tutti i giorni l’amministrazione ha i fondi per acquistare cibo per i piu’ di 3.000 detenuti. Qualche volta manca anche l’acqua. Chi non ha i propri familiari che aiutano con i generi di prima necessita’, fa un’esperienza particolarmente dura durante la detenzione.
Una chiesa matura
La mia riflessione si e’ fermata sulla presenza di questi gruppi e associazioni laicali, composti spesso da famiglie che sono ormai l’espressione di un cristianesimo di seconda generazione, che ha cioe’ ricevuto dai genitori o anche dai nonni il messaggio evangelico e a questo si ispira per il proprio stile di vita.
Il panorama non e’ lo stesso in tutto il Sud Sudan, e questo fenomeno e’ piu’ evidente alla capitale, ma e’ in crescita. Un altro elemento interessante e’ che, pur facendo riferimento a volte a un sacerdote o a una religiosa per la guida spirituale, i gruppi hanno una propria autonomia e sono composti soprattutto da padri e madri di famiglia che intendono vivere la loro identita’ cristiana oltre che nel proprio nucleo familiare anche in un ambito piu’ vasto. Per usare un’espressione cara a Papa Francesco, intendono essere una ‘Chiesa in uscita’.
Oltre alla gioia di vedere i ‘frutti’ dell’attivita’ missionaria che lo Spirito del Signore ha ispirato, come Comboniane sentiamo la chiamata ad andare altrove, ad altri “villaggi” (Mc 1,38) dove il Vangelo non e’ ancora conosciuto. A Juba la comunita’ cristiana e’ in grado di trasmettere la fede, ma sono molte le zone del Sud Sudan che attendono di conoscere Cristo.

