Elena Balatti. Smc. Sud Sudan
Lo scorso 9 luglio il Sud Sudan ha ricordato i 14 anni trascorsi dallo storico referendum del 2011 che aveva dato al Paese l’indipendenza dal Sudan.
Una realtà che non c’è più
Non ci sono state molte celebrazioni, e i pochi eventi nelle principali citta’ sono stati in tono minore. Un vignettista locale ha ben sintetizzato il pensiero e l’umore di molti, e i suoi disegni sono stati parecchio condivisi sui social media.
La prima vignetta rappresenta una persona che il 9 luglio 2011 alzava con entusiasmo la bandiera della nuova nazione. La stessa persona nel 2025 alza ancora la bandiera, ma le sue condizioni fisiche sono penose, la bandiera e’ logora e rattoppata, e l’asta viene tenuta insieme da legacci temporanei. Gli edifici sullo sfondo che erano in piedi nel 2011 ora sono semi crollati. Degli alberi, una volta verdi, non rimangono che monconi senza vita.
Il commento dell’autore dice che nonostante le ingiustizie e le disuguaglianze alcuni ancora tengono alta la bandiera e celebrano ‘cio’ che non esiste’.
Sperando nonostante tutto
Per molti sud sudanesi, ad esempio il vignettista, e noi missionarie in Sud Sudan da parecchi anni e’ fondamentale mantenere viva la speranza che cio’ che ancora non esiste possa finalmente venire all’esistenza.
Nel 2011, dopo mezzo secolo di guerra civile, c’erano delle aspettative forse esagerate che con l’indipendenza molti dei problemi vissuti dal Sud del Paese mentre era unito al Nord si sarebbero risolti, particolarmente in relazione a certe liberta’ fondamentali dei cittadini e al benessere.
In realta’, purtroppo, molte delle risorse del Paese sono state monopolizzate da una ristretta élite che si e’ arricchita in alcuni casi in modo scandaloso, mentre la maggior parte della popolazione ha visto le proprie condizioni di vita peggiorare.
Il fenomeno piu’ distruttivo, richiamato varie volte da Papa Francesco, e’ stata la lotta per il potere, giocata su basi etniche, che non solo ha impedito la costruzione dell’unita’ nazionale di un nuovo Paese, ma ha gravemente fratturato la societa’ sud sudanese e ha creato un clima di lotta di tutti contro tutti.
Superare le divisioni
Nei nostri servizi come missionarie comboniane sperimentiamo quotidianamente le tensioni che lacerano il Sud Sudan. Ne soffriamo anche noi e spesso utilizziamo il fatto di non essere originariamente cittadine di questo Paese per avere un ruolo il piu’ possibile neutro.
Nelle nostre strutture e nei nostri programmi tutti sono accolti, indipendentemente dall’appartenenza etnica e dallo schieramento politico.
Il desiderio di ‘essere ponti’ nei vari contesti dove operiamo, e’ piu’ che mai attuale in Sud Sudan – e non solo. E’ attraverso il superamento delle divisioni che questo difficile presente puo’ dare vita alla nazione che la gente sognava al momento dell’indipendenza.

