di Elena Ballati, smc – Sud Sudan
Mentre mi trovavo a Juba lo scorso mese presso la sede della nostra comunità, meglio nota come ‘Casa Comboni’, un incontro per questioni ordinarie mi ha fatto fare una riflessione piu’ approfondita.
Casa Comboni è un’estensione di terreno dalla forma all’incirca quadrata dove si trovano la residenza dei missionari comboniani a sinistra e la nostra residenza di missionarie comboniane a destra. Al centro c’e’ la cappella dedicata a S. Daniele Comboni, utilizzata per la nostra celebrazione dell’eucaristia e liturgia delle ore quotidiane e per una messa partecipata da circa un centinaio di persone la domenica. Lo spazio è sufficiente per alcuni alberi e un po’ di giardino, coltivato con cura dalle sorelle della nostra comunita’. Quando Casa Comboni venne aperta, più di 40 anni fa, si trovava in una zona centrale della città di Juba ma, a quanto raccontano i testimoni, non c’erano molte altre costruzioni all’intorno. Attualmente la posizione è diventata centralissima, adiacente alla residenza del Presidente e poco distante dalla trafficatissima Ministry Road, la via dove si affacciano molti dei ministeri nazionali, la camera alta del parlamento e ambasciate. Se la notte la zona e’ relativamente calma, di giorno all’intorno di Casa Comboni c’e’ molto movimento.
Ho incontrato le due persone con cui avevo appuntamento, due ingegneri libanesi, all’ombra di uno degli alberi del giardino, una posizione preferibile rispetto all’interno della casa dato il caldo. Mentre stavamo parlando delle informazioni che avevano richiesto, Nicolas, uno di loro, ha improvvisamente commentato: Che pace che c’è in questo luogo! L’osservazione ha interrotto la conversazione precedente e mi ha stimolata a capire meglio ciò che voleva dire. Era la prima volta che entrava nel nostro cortile e ha proseguito dicendo che a Juba non aveva ancora sperimentato questo tipo di pace. Dopo aver riflettuto un momento, ho risposto che questo era un luogo di preghiera e che nella vicina cappella tante persone vengono a pregare la domenica. Lui ha convenuto che l’atmosfera era diversa e ha aggiunto che avrebbe cominciato a venire per la messa domenicale.
I commenti di Nicola mi hanno fatto guardare con occhi più attenti il panorama familiare della nostra casa, di quella dei Comboniani, la cappella e il giardino. Non c’è nulla di straordinario, sembrerebbe, ma dove è presente una comunità religiosa vari cambiamenti avvengono, con una maggiore o minore consapevolezza da parte nostra. Forse succede un po’ come al seme della parabola del vangelo, che viene piantato e cresce in parte grazie al lavoro umano e in parte per la sua forza vitale. L’aprire una comunità religiosa e fornirne i membri perche’ continui ad essere presente è opera nostra, così come la partecipazione alla preghiera liturgica quotidiana, ma il Signore fa la sua parte e utilizza il nostro contributo nei modi che Lui sa, a volte impensati. I due ingegneri libanesi erano venuti per alcune informazioni logistiche, ma uno di loro ha avuto la grazia di sperimentare una pace particolare e anche una chiamata a ravvivare la sua vita cristiana con la partecipazione alla messa domenicale. Anche per me è stata l’occasione per uno sguardo non solo di superficie a Casa Comboni e per cogliere più in profondità come la nostra presenza di comunità religiose missionarie in qualche modo aggiunge un valore al luogo, tanto che qualcuno lo può sperimentare come un’oasi di pace.

