di Elena Balatti, smc
La canzone Jerusalema con il suo ritmo trascinante e ballabile ha conosciuto un’enorme popolarita’ durante gli anni del covid. Musica Gospel sudafricana, le parole che la accompagnano sono state tradotte in svariate lingue e su YouTube le versioni della danza non si contano. Forse molte persone non conoscono il significato delle parole, ma sono semplicemente interessate a lasciarsi coinvolgere in un vortice danzante che sembra aprire a un’altra dimensione, diversa da quella del presente. In effetti, Jerusalema si riferisce alla Gerusalemme celeste, cantata come patria del cielo e la vera patria.
Quando le potenti note di apertura di Jerusalema sono risuonate dagli altoparlanti usati in una celebrazione a Lul, un villaggio remoto dell’Alto Nilo raggiungibile solo in barca, varie persone, compresa me, non hanno potuto nascondere un senso di sorpresa. La sorpresa e’ stata legata particolarmente al fatto che, insieme alla musica, entrava sulla scena di un piccolo evento locale un gruppo di ragazze che danzavano al veloce ritmo della canzone sudafricana. Lul e’ un nome che per noi suore comboniane e’ legato alla nostra consorella Giuseppa Scandola, che mori’ in quella localita’ nel 1903 lasciandosi dietro una fama di santita’. Oggi Lul e’ un villaggio che sta risorgendo dopo le devastazioni dei conflitti interetnici dello scorso anno. La Caritas della diocesi di Malakal sta offrendo alcuni servizi basici nella zona, come l’acqua potabile, per incoraggiare la gente a ritornare.
A fine novembre la Caritas diocesana ha inoltre organizzato sul posto un evento legato alla campagna internazionale per prevenire la violenza di genere, purtroppo ampiamente utilizzata negli scorsi anni di conflitti in Alto Nilo. La celebrazione e’ stata un’occasione di socializzazione che ha attratto piu’ di 200 persone, cio’ che non avveniva da molto tempo. Donne, uomini di una certa eta’, le autorita’ locali, oltre a giovani e molti bambini si sono raggruppati all’ombra di un enorme albero. E’ stato interessante notare gli sguardi stupiti degli adulti quando hanno visto le loro figlie danzare a un ritmo per loro sconosciuto. La zona e’ abitata dal gruppo etnico Shilluk che ha proprie danze con movimenti e ritmi conosciuti. Lul e’ un villaggio sperduto e non facilmente accessibile; dunque la domanda era da dove venisse quella novita’. L’innovatrice era stata una giovane temporaneamente impiegata dalla Caritas per alcuni programmi con donne e ragazze. Aveva studiato e viaggiato altrove e si era presa la briga di insegnare a un gruppo di adolescenti qualcosa di diverso, e le ragazze lo hanno chiaramente apprezzato, almeno a giudicare dalla diligenza con cui sono arrivate fino alla fine di Jerusalema.
Gli adulti, dopo aver fatto domande sul canto, ma particolarmente sulla danza, hanno espresso opinioni a volte favorevoli e a volte sfavorevoli, ma senza che la novita’ rappresentasse un vero problema. La mia riflessione si e’ concentrata su due aspetti, il primo dei quali e’ la realta’ della globalizzazione. La cultura, particolarmente quella giovanile,e’ in un processo di omologazione accelerato. Jerusalema e’ piaciuta ai giovani dall’Africa, all’Europa, all’Asia, all’America. Ci sono ‘gusti’ in fatto di esprimere dei valori e anche dei controvalori che stanno diventando comuni a varie latitudini. Il modo di vestire e’ un facile esempio.
La seconda riflessione riguarda la forte attrazione che mode del momento, o ‘trend’, hanno sui giovani. Come raggiungerli con la buona notizia del Vangelo, come presentare il Vangelo come notizia attraente, come il ritmo piu’ importante su cui possono danzare la propria vita e’ una sfida che, ai tempi di Jerusalema, richiede molta creativita’.

