Elena Balatti. Smc. Sud Sudan
Mi trovavo recentemente nella prigione di Malakal per la liturgia della Parola domenicale, dove sono solitamente i detenuti che leggono le letture. Ho notato che questa volta il giovane che si era alzato a leggere aveva le catene alle caviglie ma cio’ non sembrava disturbarlo e, dopo aver concluso la lettura e’ tornato tranquillamente al proprio posto.
Catene ai piedi, non ai cuori
Ugualmente le persone presenti, anch’essi in gran parte detenuti, non hanno mostrato il benche’ minimo imbarazzo sul fatto che il lettore della Parola di Dio fosse con le catene.
Nel regime penitenziario locale vengono messi i ceppi ai piedi ai prigionieri che compiono gesti di insubordinazione oppure che possono avere comportamenti violenti, cio’ che non li raccomanda come lettori durante la liturgia domenicale.
Mentre guardavo le catene mi e’ venuta in mente la prima lettera enciclica di Papa Leone, Dilexi Te, pubblicata lo scorso ottobre, e dedicata all’amore di Dio e della Chiesa per i poveri.
E’ stato il primo documento ufficiale del nuovo Papa e Leone ha esplicitamente confermato che si trattava di un progetto ereditato dal suo predecessore Francesco che lui ben volentieri si era assunto di concludere, intendendo con questo non solamente la stesura finale di un documento ma la continuazione di un’attenzione pastorale a chi in questo mondo e’ nelle situazioni di maggiore svantaggio. Il lettore con le catene nella prigione di Malakal rientra senz’altro nella categoria.
La miseria delle carceri in Sudan
Dopo vari anni di servizio pastorale al carcere, posso confermare che la maggior parte dei detenuti, in gran parte uomini e ragazzi, appartiene alle fasce piu’ basse della societa’, se vogliamo usare un criterio economico e professionale per la classificazione.
Oltre a coloro che hanno commesso dei crimini, ci sono persone che si trovano nel penitenziario perche’ sono analfabete, non conoscono i propri diritti oppure non sono in grado di esprimersi in una delle lingue ufficiali del Paese.
In altre parole, chi vive in situazioni di poverta’ e disagio di vario tipo e’ molto piu’ esposto a condanne ingiuste. Per alcuni si tratta di un circolo vizioso che li mantiene in uno stato precario a vita.
Le persone con le catene nel carcere di Malakal sono parecchie, indice di un grado di violenza che e’ purtroppo comune fra chi vive lottando per la sopravvivenza. Al penitenziario hanno strutture limitate, personale ridotto e sovraffollamento e purtroppo ricorrono all’uso delle catene come mezzo disciplinare e preventivo, non avendo a disposizione o non conoscendo mezzi piu’ consoni alla dignita’ umana.
Lo sguardo compassionevole della Chiesa
La lettera Dilexi Te e’ stata un’importante conferma che la Chiesa Cattolica continua a guardare alle situazioni di poverta’ del nostro mondo con uno sguardo di compassione e con un’attenzione particolare.
La mia speranza come missionaria comboniana in zone dove per una serie di ragioni la poverta’ materiale e’ la situazione della maggioranza delle persone e’ che, dal momento che la prima enciclica di Leone XIV e’ stata dedicata ai poveri, queste persone – la maggior parte dell’umanita’ – continuino a godere un’attenzione pastorale e pratica prioritaria nella Chiesa. Sono i ‘prediletti’.

