di Elena Ballatti, smc, Sud Sudan
Un alto muro di cinta e edifici dell’epoca coloniale anglo-egiziana formano il complesso del penitenziario di Malakal. Da una delle torrette una guardia saluta amichevolmente. Da lassu’, oltre ad avere sotto controllo il perimetro della prigione, vede scorrere il Nilo, sulle cui sponde la struttura e’ collocata. Come per molti penitenziari, anche quello di Malakal ha un numero elevato di detenuti rispetto alle proprie capacita’: a volte vengono raggiunte le 200 persone.
Da vari anni vado spesso a pregare alla prigione di Malakal, guidando la liturgia domenicale in assenza di un sacerdote. L’esperienza e’ sempre stata arricchente per me come essere umano e come missionaria. Come essere umano, ricordo l’espressione paradossale di p. Peter Major, missionario Mill Hill: “Di coloro che sono ‘fuori’, parecchi dovrebbero essere ‘dentro’, e viceversa.” In altre parole, l’interazione con molti dei prigionieri libera dalla presunzione di pensare di essere migliori dei carcerati. Nonostante fra loro ci siano persone che hanno commesso reati gravi, il giudizio della coscienza appartiene a Dio. In secondo luogo, sentendo le loro storie ci si rende conto come la giustizia umana sia limitata. Alcune forme di giustizia retributiva e alcune forme di detenzione per prevenire il disordine sociale sembrano necessarie, ma le ingiustizie abbondano, come periodi eccessivamente lunghi in attesa di giudizio, incarceramento per reati che potrebbero essere risolti con patteggiamento, soprattutto per chi e’ povero e non conosce le leggi. I poveri sono davvero discriminati: non si possono permettere un avvocato e a volte i loro diritti vengono calpestati.
Alla fine della liturgia domenicale spesso i detenuti raccontano le loro storie, e vorrei ricordare qui alcune esperienze positive che comprovano come la prigione puo’ essere un’opportunita’ per una rieducazione alla vita e reinserimento nella societa’. Una persona che chiameremo John racconto’ come dopo un evento traumatico parecchi anni addietro aveva lasciato la Chiesa. L’esperienza del carcere, un ambiente dove c’e’ parecchio tempo per pensare, e l’opportunita’ di partecipare alla liturgia domenicale lo avevano portato a riflettere e a decidere di tornare alla pratica cristiana. Analogamente, un altro detenuto, Mark, ricordava l’ultima volta che aveva pregato in una chiesa tredici anni prima, e affermava che quella domenica – il giorno della narrazione – era la prima volta che rimetteva piede in una chiesa, come i carcerati chiamano lo stanzone che durante la settimana serve da dormitorio e la domenica viene trasformato in un luogo di culto.
La maggior parte degli ospiti del penitenziario di Malakal sono uomini, ma c’e’ anche qualche donna e ragazza. Angela, una giovane sui vent’anni, si alzo’ per parlare prima della chiusura della preghiera. Ricordo’ come era arrivata alla prigione in uno stato confusionale dovuto all’abuso di alcohol e forse droghe, ma che quel giorno durante la liturgia insieme a tante altre persone, si era sentita meglio e aveva cominciato a sperimentare una certa pace interiore. La sua testimonianza venne seguita da un applauso e da espressioni di incoraggiamento da parte degli altri detenuti.
Un ultimo pensiero e’ per la storia di Bol che, dopo un anno di prigione, e’ stato scarcerato. Bol si e’ presentato a pregare una domenica alla prigione, ormai come uomo libero. Nel suo caso la detenzione in attesa di giudizio era durata un anno, e senza un vero e proprio impianto accusatorio. Forse aveva speso 12 mesi in carcere senza ragione, comunque diceva che non serbava rancore, era contento di essere nuovamente libero e voleva pregare con i suoi ex compagni.
Non tutte le storie dalla prigione di Malakal sono positive, ma ho voluto ricordare quelle che aprono a una prospettiva di speranza.

