di Paola Vizzotto, PIME, Italia
In questa intervista, incontriamo Daisy, una donna nigeriana che ha affrontato numerose sfide nella sua vita, inclusa la triste esperienza di essere venduta per la vita sulla strada. Nonostante ciò, Daisy ha trovato la forza di andare avanti con dignità, rispettando se stessa e gli altri. Grazie alla sua fede, al supporto di volontari e all’impegno nello studio e nel lavoro, Daisy ha trovato speranza e forza per costruire una nuova vita. Scopriamo da lei quali sono le persone e le organizzazioni che l’hanno aiutata a ritrovare la speranza e la determinazione per vivere una vita piena.
Daisy mi abbraccia con quei suoi abbracci forti all’africana e io le tiro le treccine che lei annoda con tanta abilità. Ci conosciamo da tempo e i nostri incontri sono sempre colloqui semplici in una lingua… mista tra l’inglese nigeriano e l’italiano imparato in carcere e quindi molto legato alla vita dietro le sbarre!
Ormai si fida, sa anch’io ho gustato il calore dell’Africa e un bel pezzo del mio cuore è rimasto nelle foreste dell’equatore, sono caduti i filtri e spesso i silenzi sono più musicali delle parole.
Conosco la sua difficile storia, marcata dalla terribile delusione di essere stata venduta per la vita sulla strada, dal tentativo di un guadagno liberatore attraverso la droga e dal rifiuto della sua famiglia che attendeva da lei soldi e non condanne!
Daisy, so che le donne nigeriane sono toste, forti; tu hai affrontato tante sfide che hanno segnato il tuo corpo e il tuo cuore e anche ora, paghi il tuo prezzo a testa alta, rispettando e facendoti rispettare, lavorando e frequentando la scuola e i laboratori del carcere. Dove trovi la forza di andare avanti senza disperarti e senza abbandonare la strada che ora segui?
“Sognavo un lavoro onesto, una vita piena con una famiglia che mi sarei costruita, un avvenire per aiutare anche le mie sorelle più piccole rimaste in Nigeria. Sognavo… ed è bastato un giorno per distruggere tutto! No, non tutto, dentro, un piccolo lume, che ho sempre protetto dalla disperazione, dalla paura e dalla solitudine, mi ha aiutato a non impazzire, a non compiere gesti estremi da cui ero continuamente tentata, a sottomettermi alla legge della madame, senza lasciare schiacciare il valore della vita che avevo ed ho forte in me.
Appartengo alla Chiesa Evangelica e fin da piccola ho imparato i Salmi, che per me erano, allora, solo preghiere da cantare e danzare, ma che poi nei momenti di più grande buio e disperazione sono diventati un grido silenzioso e profondo verso il cielo. Le parole di speranza, di conforto, di perdono, di fiducia sono diventate non più canti e danze, ma desiderio di essere aiutata, sostenuta, fiducia in Dio che, una volta in carcere, si è manifestato concretamente attraverso il cuore, il rispetto e l’aiuto di sorelle e fratelli volontari che mi hanno offerto la loro mano stringendo la mia.
So che il mio cammino di detenzione è ancora lungo, ma ho compreso che, credendo di guadagnare più soldi per liberarmi dalla strada, ho fatto del male a tanti giovani distrutti mentalmente e moralmente. Ora studio, frequento i laboratori, imparo nuovi lavori e sono contenta per la fiducia che mi viene donata e che mi permette di aiutare tante mie connazionali quando entrano in carcere.
A volte vorrei odiare chi mi ha fatto tanto male, pensavo perfino di eliminarli… ma se credo che anche loro sono figli di Dio come lo sono io, mi fanno pena e spero che capiscano il male che stanno facendo a tante donne come me”.
Chi e cosa ti hanno dato speranza di guardare dritto davanti a te senza lasciarti schiacciare?
Quando ero in Nigeria, vivevo in famiglia, nel mio villaggio, con la nostra comunità credente e tutto andava avanti senza fatica.
Poi, tutto si è capovolto e spesso ho rischiato di lasciarmi andare alla disperazione, alla vendetta,
ma il pensiero dei miei genitori che mi avevano donato la vita, delle donne con cui ho condiviso i primi orribili tempi sulla strada, le parole dei Salmi che mi tornavano con insistenza alla mente, ed ora le persone che mi vogliono bene, mi rispettano nonostante conoscano la mia storia, sono stati e sono forza di speranza in una vita libera, sana, amata!
Quali organizzazioni o persone ti hanno aiutato a ritrovare la speranza, la voglia e la forza di vivere in pienezza?.
“Sembrerà strano, ma la prima persona che mi ha fatto rigustare il rispetto è stato un agente di polizia che mi aveva chiesto i documenti quando mi hanno fermato con la droga, ma quando ha compreso perché non li avessi mi ha accompagnato subito in un posto sicuro, in una casa che mi ha fatto ritrovare il calore del pulito e del bello, anche se ero in arresto.
Poi un susseguirsi di mani tese, specie una volta varcato il portone della prigione. Le insegnanti della scuola che hanno subito preso a cuore il mio desiderio di imparare l’italiano e di proseguire gli studi, le responsabili dei vari laboratori che mi hanno insegnato il gusto del lavoro, della creazione, del maneggiare strumenti e di farne cose utili. Ma soprattutto i volontari e le volontarie, religiosi o laici, che sono diventati parte del mio cammino, con semplicità, fraternità e condivisione. So che quando c’è bisogno di una mano, sanno chi chiamare e io sono ben contenta di aiutare, mi sento utile, e godo della fiducia che mi donano.
Mi manca molto la mia famiglia, il mio Paese, la mia Chiesa, ma sono sicura che Dio ci guarda tutti senza distinzione di colore, religione e neppure di sbagli e anni da scontare.
“God is the Lord!” e questo mi basta e mi fa camminare con speranza verso un futuro che ancora non conosco, né intravvedo, ma che affido a Lui e alle persone che mi vogliono bene”.

