di sr. Elena Balatti, mc in Sud Sudan
Quando il 15 aprile a Malakal, nello stato dell’Upper Nile, al confine con il Sudan, sentimmo che a Khartoum, la capitale del Sudan, erano iniziati scontri armati legati a un colpo di stato, cominciammo a seguire le notizie ma senza troppa preoccupazione. Nella storia del Sudan si erano verificati dei colpi di stato ma erano stati gestiti senza causare violenza diffusa. Questa volta si e’ trattato di qualcosa di diverso, e dopo qualche settimana gran parte del territorio nazionale risultava sconvolto da scontri armati fra i militari del generale Burham, il capo del governo, e le milizie RSF (Forze di intervento rapido) del suo vice, il generale Mohammed Hamdan Dagalo.
Nel vicino Upper Nile il contraccolpo venne sentito quasi immediatamente. Dopo i primi giorni di shock e incredulita’, centinaia e quindi migliaia di persone residenti a Khartoum si resero conto che per salvare la propria vita dovevano uscire dalla capitale dove continuava la battaglia fra le due fazioni in lotta. Fra coloro che cominciarono a dirigersi verso Joda e Renk, il confine con il Sud Sudan, la maggior parte erano sud sudanesi che avevano lasciato le proprie aree di origine per sfuggire alla guerra civile. Dopo alcuni anni molti di loro avevano ricostruito la propria esistenza. Sebbene con molti sacrifici, conducevano una vita dignitosa. Lasciare il Sudan per tornare in Sud Sudan significava abbandonare tutto e ricominciare un’altra volta da zero, eppure non c’erano alternative.
Un rivolo di decine, quindi centinaia e migliaia di persone continuo’ a dirigersi verso il Sud Sudan. La citta’ di Malakal divenne una destinazione finale o di transito, in attesa di essere aiutati a raggiungere le proprie zone di origine. A Malakal il campo allestito per ospitare gli sfollati ben presto si riempi’ di famiglie che arrivavano con i pochissimi averi che erano riusciti a portarsi dietro.
Per il mio servizio di coordinamento alla Caritas diocesana di Malakal, ho fatto qualche visita al campo di transito per gli sfollati. L’impressione di essere davanti a un’umanita’ sfinita era molto forte. I giovani e i bambini si muovevano qua e la’, mentre gli adulti e gli anziani spesso se ne stavano seduti ad attendere che qualche cosa di positivo si verificasse. Molte persone erano ancora in stato di shock per il repentino e violento cambiamento avvenuto nella loro vita. Per la seconda volta avevano dovuto lasciare tutto a causa della guerra. Altri apparivano indeboliti dalla mancanza di un’alimentazione regolare. Dopo pochi giorni cominciarono le malattie, dalla endemica malaria a disturbi legati all’acqua non potabile.
Il campo di transito dista dieci minuti a piedi dalla cattedrale e dall’ufficio della Caritas. Quando sentii che alcune persone fra gli sfollati da Khartoum erano morte di fame, a breve distanza da noi, fu come una scossa elettrica. Con il personale della Caritas cercammo di potenziare la risposta all’emergenza con un contributo limitato ma regolare. La morte di quelle persone e’ uno degli eventi che ‘gridano a Dio’, per usare il linguaggio biblico. Piu’ che mai nella nostra epoca di ‘terza guerra mondiale a pezzi’, come dice Papa Francesco, la pace appare un sommo bene per l’umanita’. Nella mia esperienza come missionaria in zone di conflitto, ho visto come spesso iniziare una guerra sia facile, ma sempre difficile il terminarla; come si pensi di risolvere un problema con l’uso della violenza, ma in realta’, o se ne crea un altro o si peggiora la situazione. Penso che sia importante non stancarsi di pregare e lavorare per la pace, dovunque ci si trovi e in qualunque contesto.

