di Elena Balatti, smc – Sud Sudan
Come missionarie comboniane stiamo accompagnando con interesse e la preghiera il Sinodo sulla Sinodalità che si sta svolgendo a Roma durante questo mese.
Un incontro recente a Yambio, nel sud ovest del Sud Sudan, mi ha fatto riflettere su una delle dimensioni della riflessione sinodale, vale a dire quella della ‘comunione che si irradia’, e la relativa domanda: come essere piu’ pienamente segno e strumento di unione con Dio e di unità del genere umano? Mentre eravamo a Yambio con altre quattro persone per un programma del Concilio Ecumenico delle Chiese abbiamo avuto l’opportunità di far visita al re degli Azande, il gruppo etnico maggioritario in quella regione.
Atoroba Wilson Rikita ci ha ricevuto cordialmente, e con un cerimoniale molto semplice nel suo ‘palazzo’, una sede temporanea dove abita con la famiglia e alcuni membri del suo entourage. Davanti al suo trono, in legno pregiato, su un tavolino di manifattura artigianale, si notava un oggetto metallico intagliato che sembrava la parte superiore di un’arma, probabilmente indicazione del potere regale. La cosa curiosa era che sopra di esso c’era la Bibbia! Non ho potuto fare a meno di guardare affascinata quella combinazione inaspettata e cercare di capirne il significato. Il re stesso alternava momenti in cui parlava in lingua Azande servendosi dell’interprete ufficiale, oppure dialogava con noi in inglese. Lo scambio fra le due lingue avveniva senza tensioni apparenti, un altro segno della possibilità di coesistenza di culture diverse, la tradizione e l’eredità del colonialismo britannico.
Al termine della visita, dopo aver mangiato il cibo che ci era stato offerto, tra cui le buonissime banane dell’Equatoria, mi è stato chiesto di fare una preghiera a cui tutti i presenti hanno partecipato, compreso il re. Atoroba Wilson ci ha quindi informati che avrebbe fatto, a sua volta, una preghiera di benedizione per noi e per il nostro programma, invocando gli antenati. E cosi’ è avvenuto. Mentre il re pregava in lingua Azande, quelli di noi che non la capivano comunque erano lì con una presenza partecipativa. Mentre lui parlava degli antenati e li invocava, ho pensato a coloro che chiamiamo santi nella Chiesa Cattolica. Si tratta di coloro che ci hanno preceduto vivendo una vita esemplare e che ora godono della piena comunione con Dio, aiutandoci in vari modi a seguire la strada che loro per primi hanno percorso. L’invocazione agli antenati del regno Azande era un gesto che il re faceva a nostro favore, così che potessimo ricevere aiuto da coloro che in quella terra ci avevano preceduto.
Mi sono domandata se stavamo partecipando a un sincretismo indebito, ovvero se eravamo in un momento di confusione dei confini tra credo cristiano e un’altra fede. Vivendo l’evento mi sono resa conto che, a patto di essere consapevoli della propria identità, è possibile comprendere come modi di conoscere e adorare Dio possono non essere motivo di conflitto, e invece sottolineare l’unione che ci lega come esseri umani. Nel caso specifico, e’ stato dato per scontato che potessimo pregare attingendo alla nostra fede cristiana e, allo stesso tempo, potessimo ricevere attraverso il re la benedizione degli antenati Azande, fratelli e sorelle che rimangono uniti a noi nella catena delle generazioni umane. Mi è sembrato di inferire che la benedizione degli antenati indica il credo nella vita che continua oltre la morte.
Dunque, sintetizzerei l’esperienza qualificandola non come sincretismo, ma come lo scoprire di avere lo sguardo puntato e di camminare verso l’unico Dio Creatore. Durante questo cammino la visione diventa più chiara, la comunione e l’unione più forti. Penso che questa sia la prospettiva del sinodo.

